Il circo nella Brixia romana.

Potrebbe apparire come  un sogno quello che Ottavio Rossi, architetto e archeologo del XVII secolo ha affidato ad un foglio, deve aver pensato che i luoghi ricevono le impronte di ciò che è stato fatto e nulla le può più cancellare. In una pagina del suo libro, scritto in tempi dove l’inquisizione con molta disinvoltura accendeva i roghi sulle pubbliche piazze bruciando  con crudeltà immane esseri umani vivi, colpevoli di esprimere un pensiero difforme,  di conseguenza ogni parola scritta doveva essere misurata e devota al potere ecclesiastico, Ottavio Rossi ha infilato una serie di bellissimi disegni che ritraggono i monumenti antichi, vi appaiono i templi dedicati alle varie divinità: Giove, Apollo, Marte, Saturno, Iside e Minerva ma anche  le terme, l’anfiteatro e il circo. Dopo di lui nessuno ha più ripreso l’argomento, nessuno ha osato sfidare l’inquisitore, un frate che si chiamava Francesco Pietrasanta, signore e padrone di ogni attività intellettuale.  Ottavio ritenuto probabilmente un  pazzo e in tanti ancora lo pensano,  arricchisce la sua pianta  con tutti i monumenti della Brixia antica,  e oggi è riprodotta su uno schermo gigante nella sala degli imperatori dentro il museo di Santa Giulia, inoltre il suo nome compare in una via cittadina. Un piccolo riconoscimento postumo gli è dovuto.

Dei templi ho parlato più volte, del circo,  mi è capitato un po’ meno, e l’argomento è molto interessante.  Scriveva Giovenale: - oggi i giochi nel circo rapiscono i romani e il fragore colpisce le mie orecchie - mentre Cicerone mette in guardia gli incauti spettatori dalle divinazioni dei maghi che gravitavano nei paraggi e vendevano a caro prezzo il nome dell’auriga vincente. La corsa era preceduta da un fastoso corteo, la pompa, poi diventata pompa diaboli, quando i circhi, i teatri e ogni luogo di riunione che non fosse una chiesa è stato irrimediabilmente chiuso e distrutto. Che dire? Nulla. Nel cerchio infinito  del tempo i fatti non svaniscono e i crimini prima o poi si pagano.

Le divinità erano chiamate a sovrintendere poiché tutto si svolgeva in un ordine sacro collegato alla Natura, quattro le fazioni in gara, sette i giri da compiere, come il numero dei pianeti attorno al Sole, dodici le porte dei carceres, le postazioni alla partenza, come i segni zodiacali. La dea celtica dei cavalli Rhiannon e la dea romana Epona sovrintendevano alle gare, prima, durante e dopo. Alle divinità femminili si rivolgevano gli aurighi, atletici guidatori dei carri, dotati di destrezza, occhio, competenza, forza fisica e agilità nelle gambe. Finire stritolati dalle ruote del carro avversario o calpestati da cavalli lanciati a folle velocità era alquanto facile. Ma chi arrivava alla vittoria portava a casa la gloria e la palma della vittoria oltre a molti sesterzi.

Tutta la popolazione assisteva alla corsa dei carri tanto che Augusto istituisce un corpo di polizia a difesa delle città vuote mentre Ovidio suggerisce tecniche di seduzione, da mettere in pratica mentre si assiste agli spettacoli circensi. Un organo ad acqua sottolinea con le note musicali  i momenti salienti.  La nuova religione pone la parola fine a tutto, proponendo con dispotismo la sua visione cupa e triste del mondo. 

Io, vi aspetto sabato 30 settembre alle ore 15 in piazza Arnaldo a Brescia per un racconto sul circo. Tre ore di tempo e dieci euro di costo.

Annamaria Beretta