Come ha fatto la religione ad imporsi?

Fin da piccola ho sempre guardato con molta diffidenza alla religione, non mi hanno mai convinto quelle immagini che trovavo sui libri di catechismo che raccontavano dei deserti, dei pastori vestiti con pelle di capra, di accampamenti fatti di tende, nulla di tutto questo  coincideva nella mia mente a qualcosa che probabilmente conservavo nella memoria. Dov’erano finiti i templi, perché non c’erano più e soprattutto perché nessuno in merito diceva mai nulla? E le divinità, che fine avevano fatto, possibile che la Storia le  avesse inghiottite tutte e fatte sparire nel nulla? Dov’erano Giove, Giunone e Minerva, ma non solo,  Apollo, Diana e Mercurio, e le ninfe e i satiri,  dove erano finiti tutti?

Poi osservavo sconcertata i sacerdoti vestiti di nero o addobbati d’oro come satrapi orientali, così distanti dal rigore dei  celebranti pagani che, solo con un capo coperto dal lembo della candida tunica, onoravano con semplicità il sacro.   Domanda dopo domanda ho iniziato a studiare, la riflessione di partenza è stata: - come ha fatto una religione così lontana nello stile, nei modi, nelle parole, diversa da tutto ciò che c’era in precedenza, ad imporsi? La gente non è stata convinta con un ragionamento, non si può sradicare un pensiero che affonda le sue radici negli albori dell’umanità in quattro e quattr’otto e, che passo dopo passo si è trasformato, accogliendo ogni volta il nuovo, senza però mai rinnegare l’antico. I popoli hanno sempre convissuto con il mistero, con le leggi della Natura, osservando il cielo e le stelle, hanno dialogato con molteplici divinità maschili e femminili,  perché da ognuno, nella loro diversità,  dovevano imparare e trarre qualcosa.  Per millenni si è andati avanti a questo modo, ogni essere in cammino  trovava il proprio alveo dove rivolgere uno sguardo al divino in piena libertà, in totale autonomia, in qualsiasi  luogo a disposizione, in un tempio, in un bosco, davanti ad una sorgente, accanto ad un fiume o al cospetto di  una pietra, osservando i fulmini o la pioggia, ascoltando la voce del vento,  invocando il genius loci, decifrando i segni impercettibili che i più sensibili tra gli esseri umani sapevano cogliere.  Per millenni la religione ha parlato lo stesso linguaggio universale, poi improvvisa è arrivata sulla scena del colto mondo mediterraneo qualcosa di astruso e violento con cui fare i conti. Ha fatto proseliti tra i più ignoranti, ma oltre quel cinque  o dieci per cento di seguaci non avrebbe potuto spingersi. L’ostilità era enorme, la diffidenza quasi totale. Allora? La soluzione, l’unica possibile: imporre il nuovo credo con la violenza. Non ho altra spiegazione. Con la brutalità si ottiene tutto o quasi. La ribellione c’è stata eccome, nonostante le leggi speciali, nonostante le dure punizioni, i roghi, le torture, l’avversità nei confronti della nuova religione è andata sempre crescendo.  

Ma la domanda che mi pongo è questa, può un Paese democratico accettare una religione che nulla ha a che fare con la sua Storia, anzi la avversa e lo dimostra  in ogni scritto, in ogni parola, in ogni atteggiamento, magnificando di contro  quella di un piccolo Stato medio orientale, da dove il tutto ha avuto origine,  insignificante da qualsiasi punto di vista lo si guardi ma molto ben saldo nella guerra e nella violenza. Non è forse anche questa una pericolosa dittatura in cui ancora siamo immersi a volte senza neppure esserne consapevoli.

E’ giusto proporre nella religione  come figura carismatica e protagonista  un Abramo che per dimostrare che obbedisce al suo dio non esita a impugnare il coltello per uccidere il proprio unico figlio? E’ giusto avere sacerdoti che si macchiano dei crimini più orrendi e continuano a rimanere imperterriti al loro posto, senza la giusta punizione?  E’ normale sentire ogni volta la storia di Eva, sulla quale far ricadere la colpa della caduta del genere umano? Potrei continuare perché di spunti ce ne sono a iosa, mi chiedo solo come si faccia a non comprendere l’origine della violenza, alle donne, agli uomini ai bambini.

Annamaria Beretta