Una moneta documenta l’amicizia tra Cesare Ottaviano Augusto e i Fabi, antica famiglia patrizia dal passato venerabile le cui origini risalgono addirittura a Romolo e alla madre Rea Silvia. Dal dio Ercole l’antica gens apprese i riti e i culti di cui si fece vanto nel periodo repubblicano, fornì a Roma più e più sacerdoti degni della carica di Pontefice Massimo, così da ottenere per i componenti della loro famiglia l’appellativo di Massimo. Alla gens Fabia era riservato il ruolo sacerdotale di Luperco, incaricato di propiziare la fertilità della terra e delle donne.
Quando si trattò di organizzare Brixia, la città della Gallia Cisalpina, secondo il modello romano, Cesare Ottaviano Augusto, non ebbe dubbi, decise di inviare Paolo Fabio Massimo, della gens Fabia, uomo di cui si fidava moltissimo, dalle antiche origini prestigiose, e cosa di non poco conto, acquisito nella famiglia imperiale grazie al matrimonio con la cugina.
- Vai e fai quello che ritieni utile fare, non badare a spese i fondi ci sono. Voglio una città come si deve, degna di essere considerata colonia civica augusta. –
Immagino siano state queste le parole di Cesare Ottaviano Augusto al momento di conferire l’incarico. E lui, Paolo, fa un ottimo lavoro. Nascono in questo periodo i due acquedotti, che portano in città l’acqua buona dai monti della Val Gobbia e della Val Trompia, l’anfiteatro, di cui ci rimangono solo i nomi dei gladiatori: Iantinus, Smaragidus, Antigonus e Volusenus, le terme oggi camuffate da chiesa, la curia Iulia, la curia dei Fabi, il tempio di Venere. Tutti edifici imponenti e solidi costruiti secondo i principi vitruviani, dei quali nessuno osa raccontare l’origine, ci ha timidamente provato nel XVII secolo Ottavio Rossi, immagino sotto lo sguardo torvo dell’inquisitore di turno, che forte del suo potere avrà paventato il rogo per evitare che al povero Ottavio potesse sfuggirgli la verità, scrivendo dei tanti templi trasformati in chiese. D’altra parte basta fare un salto indietro di una decina di secoli per ritrovare le parole di Papa Gregorio Magno: non distruggete i luoghi pagani, sono ben fatti, bisogna riutilizzarli. E così è stato.
Di Cesare Ottaviano Augusto non sono rimaste che due iscrizioni di marmo, una di quasi sei metri e l’altra più piccola, dov’erano? Non si sa, nessuno parla, nessuno indaga, un muro di religioso e ostinato silenzio si oppone all’evidenza di ciò che si percepisce e si vede. La città è piena di tracce antiche molto visibili, pietre, colonne, muri, risuona di nomi che ancora rivelano la loro origine classica ma per la silenziosa maggioranza non è concepibile, l’impero romano con Vespasiano si è concentrato nel solo capitolium, dell’opera di Augusto e di Paolo Fabio Massimo nessuna testimonianza, neppure a parole. Quanto grande può essere l’ingratitudine che si accompagna ad una ancora più grande menzogna.
Chi può credere che i grandi e solenni edifici pubblici romani siano stati costruiti dai monaci durante il medioevo? Per realizzare la curia dei Fabi, avrebbero dovuto disporre di una bacchetta magica, non vedo per loro altra soluzione. Colonne gigantesche in granito, soffitto centrale a botte e soffitti laterali a crociera mostrano una capacità costruttiva inequivocabilmente romana. Dipinti sui muri sono rimasti gli eroti, putti muniti di ali, che non sono angeli ma eterni bambini pronti a entrare nel corteo di Venere. In tutti questi secoli avranno osservato gli usurpatori e, perché no, spero abbiano indirizzato loro qualche sonora pernacchia. Così solo per scherzo, nulla di più.
Venerdì 12 maggio alle ore 15 appuntamento in piazza Loggia, tema: la curia dei Fabi, da re Evandro a Acca Larenzia, un viaggio nella Roma arcaica, di circa tre ore. Costo 10 euro.
Annamaria Beretta
