
Nell’89 a.C. Brixia ottiene lo stato di municipium, atto che sancisce una comunità cittadina legata a Roma in una sorta di federazione autonoma, con un certo grado di autonomia nelle istituzioni. Capitale dei galli cenomani prima e della Gallia Cisalpina poi, fu da sempre un importante centro economico, politico e religioso. Risale a questo periodo il tempio repubblicano, il santuario più importante e grandioso di tutta l’Italia settentrionale, costruito sull’ombelicus urbis, il centro celtico della città. Ha quattro celle, non sappiamo purtroppo quale divinità oltre la triade capitolina fosse onorata. Diversi riti coesistevano, da quelli celtici a quelli classici. Nelle notti di luna nei boschi di quercia il druido offriva doni al dio Cernunnos, agitando le grandi corna del cervo, simbolo della rinascita, mentre il flamine, il sacerdote pagano vestito di bianco con il capo coperto, accendeva fuochi sull’ara dei sacrifici. Vespasiano nel 73 d.C. decide di edificare un nuovo tempio sopra il tempio repubblicano, le celle diventano tre e le tante divinità celtiche si avviano ad abitare esclusivamente la memoria dei vecchi. Avrebbe potuto scegliere una nuova area, il territorio non mancava, ma ci sarebbero voluti tempi molto lunghi, dalla scelta perfetta del luogo, alla consacrazione, all’interpretazione degli auguri che osservando il volo degli uccelli avrebbero dato il loro responso. Vespasiano non aveva tempo da perdere, ha optato per una decisione pratica e immediata, com’era nel suo stile semplice e arcaico. Giove, Giunone e Minerva presidiano il luogo sacro fino all’arrivo dei longobardi che fanno sparire tutto sotto una coltre di terra e una montagna di detriti, frana il tempio dedicato alla dea Fides che sorvegliava la città dall’alto. La storia antica riemerge all’inizio dell’ottocento ma non grazie all’archeologia bensì al pensiero critico dei risorgimentali, senza la loro caparbietà non avremmo oggi né il tempio, né ciò che rimane del teatro, né la vittoria alata, tutto sarebbe ancora avvolto nell’incertezza di parole che si perdono nei miti, nei racconti, nelle favole. Incredibile come a volte basta un ritrovamento più o meno casuale e tutto si rimette in moto, cadono convinzioni come birilli, crollano i dogmi. Tempo un attimo di disorientamento e poi tutto riprende e ritorna nell’alveo di sempre. Vietato pensare in autonomia, il sistema vuole che ci si adegui sempre a ciò che esso ritiene giusto. La Brixia romana è confinata dentro lo stretto perimetro del capitolium e del teatro ma oltre no, oltre quel limite non bisogna andare. Le tracce del mondo antico emergono in tutto il centro storico, vuoi con un muro, con pilastri di marmo o edifici di tutto rilievo. Giulio Cesare alla testa della sua X Legione ha transitato per Brixia ma colui che ha lasciato un segno indelebile è stato Cesare Ottaviano Augusto, figlio adottivo di Cesare, il primo e il più politico tra tutti gli imperatori di Roma. Deve aver fatto due conti e stabilito che l’investimento sulla capitale della Gallia Cisalpina gli avrebbe garantito grande successo e notevole ritorno d’immagine e le cose le ha fatte, non a parole come i politici di oggi ma seriamente: due acquedotti, una struttura termale grandiosa, ancora oggi perfettamente visibile, templi giganteschi oggi chiese, curie e basiliche come luoghi dove organizzare la vita economica, politica e sociale dei cittadini. In primis costruisce la curia dei Fabi, oggi chiesa di San Giuseppe. Soffitto centrale a botte e soffitti laterali a crociera, otto colonne e venti nicchie rivelano la perfezione matematica dei calcoli pitagorici e la rigorosa applicazione di Vitruvio, impossibile da replicare in epoche successive, dove manca la conoscenza. C’è pure una meridiana, no non nella chiesa ma poco distante, formata da un’ asse con una serie di tacche perpendicolari e i segni zodiacali, che richiedeva la presenza di uno gnomone ovvero un’asta che proiettava l’ombra. Chissà dove è finita. La passione per gli orologi di Ottaviano era molto grande. Ancora una volta è Vitruvio a specificare le varie tipologie, dai piccoli orologi da viaggio dalla dimensione e forma di monete ai grandi orologi che occupavano intere piazze. Il tempo era molto importante e la riforma del calendario, ancora oggi in uso, la si deve a Giulio Cesare.
Venerdì 28 ottobre, alle ore 15, per chi vuole, al costo di dieci euro, vi racconto la curia dei Fabi. Appuntamento davanti la chiesa di San Giuseppe in vicolo san Giuseppe a nord di piazza Loggia.
Annamaria Beretta
